Paul Celan e Peter Szondi – Il carteggio

Paul Celan e Peter Szondi – Il carteggio

Era domenica 10 ottobre 1971, pranzo al Kempinski alle 12, su Küdamm, con Peter Szondi, il mio maestro. Sapevo che voleva lasciare Berlino. Era amareggiato che i suoi allievi dell’Istituto di Comparatistica (che aveva fondato, superando la rigida tradizione ‘germanocentrica, e che oggi porta il suo nome) avessero aderito a organizzazioni neostaliniste. Era il fallimento di un progetto e della speranza di creare una scuola. Parlammo a lungo; alle 14 venne il cameriere per avvertire il Professore che era venuto il signore che aveva lo stesso tavolo, ma dalle 14. “Sa, Freschi, è la prima volta in tutti questi anni che lo incontro”. Pensai alla sua solitudine. Mi invitò a visitare la mostra sul Teatro Politico di Piscator che aveva organizzato alla Akademie der Künste. Fu gentile, mi spiegò i vari modelli progettati dal drammaturgo. Improvvisamente si congedò. Rimasi stupito.

Lo ripescarono una decina di giorni dopo nello Halensee. Così era morto anche Paul Celan: il 20 aprile del 1970 si era gettato nella Senna dal Ponte Mirabeau, mentre Adorno, l’intellettuale cui Szondi doveva la sua formazione intellettuale, era scomparso prematuramente il 6 agosto del 1969.

All’inizio del 1971 mi era stato conferito l’incarico di insegnamento al Magistero di Cremona (non esiste più). Allora in aprile lo invitai a tenere un seminario. Ci incontrammo in Galleria a Milano. All’Università parlò su Fuga di morte di Celan che tematizza l’assassinio degli ebrei orientali. Seguì un convegno sull’illuminismo tedesco, lui parlò di Lessing e Diderot: una traccia di quella sua concezione europea della comparatistica.  Erano presenti Cesare Cases e Ferruccio Masini.

Proprio come Celan, Szondi era bellissimo e malinconico, parlava il tedesco elegante, raffinato degli ebrei mitteleuropei, cresciuti in una lingua minore: per lui il magiaro, era nato a Budapest, per Celan lo yiddish e il rumeno. Ma entrambi scelsero il tedesco come la lingua della cultura, dello spirito, e paradossalmente, dolorosamente la lingua dei carnefici, come scolpì Celan:

La morte è un Maestro di Germania il suo occhio è azzurro
egli ti coglie col piombo ti coglie con mira precisa.

 In quel trauma è la chiave per comprendere Celan, il suo sentimento di colpa, nonché il crollo culturale della Germania. Fortunosamente sopravvissuto alla guerra, Celan fuggì dapprima in Romania, che era però ormai in mano ai sovietici. Riparò allora a Vienna, e poi definitivamente a Parigi, continuando per 22 anni a scrivere in tedesco, a tradurre dalle nove lingue che conosceva. In queste settimane sono uscite per Crocetti le sue traduzioni delle poesie di Ossip Mandel’ štam, cui lo legava un profondo sentimento di affinità elettiva. Al poeta ebreo russo, assassinato in un gulag nel 1938, Celan dedicò una poesia: “al fratello”. Particolarmente interessanti per noi sono le versioni da liriche di Dante e di Petrarca.

Szondi aveva incontrato il poeta l’otto di aprile del 1959 a Parigi. Così ne scrive:

Ieri sono stato a lungo a casa sua, la sua essenza pura, senza compromessi, sofferenze, mi ha profondamente turbato. Ci siamo intesi, mi pare, molto bene.

D’allora rimase in contatto con Celan, come testimoniano le 111 lettere, cartoline, telegrammi raccolti da Christoph König e ora pubblicate col titolo Tra l’oro e l’oblio. Lettere 1959 – 1970, da Neri Pozza nella traduzione di Luca Guerreschi. Le lettere sono accompagnate da commenti e note preziose per chiarire i rapporti dei tanti personaggi che entrano in scena in questo tremendo “dramma moderno” per rifarsi al libro più noto di Szondi. Lui proveniva da un’importante famiglia di ebrei assimilati ungheresi; suo padre Leopold è stato un celebre psicanalista, fondatore della “psicologia del destino”.

Paul Celan e Peter Szondi

Impressionante se si pensa ai loro destini. Nel 1944 vennero internati nel campo di concentramento Bergen-Belsen. Destino volle che circa 1700 ebrei, tra cui i Szondi, venissero ‘venduti’ da Eichmann per valuta pregiata e gioielli al negoziatore Kastner. Storie parallele: Paul Pessach Antschel, che nel dopo guerra ‘ rumenizzò ’ il nome in Celan (invertendo parte del cognome e abbandonando il nome ebraico) era nato a Czernowitz nel 1920. La città, la “Piccola Vienna”, fino al 1918 era stata asburgica, poi rumena, poi sovietica, ora ucraina.

Dal 1940 la Romania, alleata al Terzo Reich, cominciò a perseguitare gli ebrei, a rinchiuderli in campi di concentramento. I genitori di Celan vennero sorpresi un sabato a casa (malgrado gli avvertimenti di Paul) e deportati a Michailowka dove morirono tragicamente. Essersi salvato diventa la colpa da cui non sa redimersi, cadendo in stati di depressione fino a quel 20 aprile 1970. Szondi vive con immenso dolore il suicidio del poeta, con cui si era stabilita una forte amicizia pur nella riservatezza mitteleuropea. E dopo qualche mese ne segue il tragico esempio.

Il centro del carteggio fornisce uno spaccato della cultura franco-tedesca del tempo, ricostruendo uno dei nodi cruciali della letteratura contemporanea. Adorno, anche lui ebreo, aveva proclamato che dopo Auschwitz non si poteva più scrivere poesia. Celan era turbato da questa posizione e fu proprio Szondi – che s’impegnò (inutilmente) a farli incontrare – a superare questo inciampo interpretando che cosa intendeva il filosofo: «Dopo Auschwitz si può fare poesia solo sulla base di Auschwitz». In quei mesi del 1971 Szondi stava completando un saggio per comprendere la labirintica complessità della lirica di Celan. Fu pubblicato postumo e rappresenta ancora oggi lo strumento critico più valido per entrare nell’universo oscuro e insieme indimenticabile di Celan.

Ma il destino non concesse loro la speranza, come a Primo Levi, a Bruno Bettelheim: queste lettere confermano la tragedia degli ebrei superstiti come scrisse Szondi:

Siamo tutti sopravvissuti, e ognuno di noi tenta a suo modo di fare i conti con quest’ignominia.

L’epistolario ci aiuta a comprendere la poesia di Celan e il dramma dell’olocausto che non terminò con la catastrofe della Germania.

Jean Bollack, celebre studioso di filologia classica, che tramite Szondi cominciò a frequentare il poeta, ammise le difficoltà interpretative:

Allora non sarei stato in grado di capire ciò che Celan mi dava da leggere. Era necessario che passasse un po’ di tempo.

Così succede con Celan: ci vuole un po’ di tempo, ne vale la pena.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.